Sono distrutta dal dolore all’idea che quest’anno il 25 aprile non si festeggerà.

Mi sento tanto vicina all’ANPI, coi suoi nuovi partigiani di colore che, con la disinvoltura dei giovani e l’arroganza dei barbari, intonano “Bela giao”, maldestri e ridicoli megafoni di una storia che non è la loro, in una terra che non è la loro, con una lingua che non è la loro.

Saluto con commozione i sindacati che, finora, in marcia coi lavoratori, hanno fatto solo gli interessi dei supercapitalisti e delle multinazionali.

Lacrime amarissime soprattutto per i lavoratori che, in quella data, festeggiavano l’alba di una repubblichina fondata sul lavoro e che al lavoro ha negato tutti i diritti che poteva negare.

Mi stringo a loro con affetto, perché è dura fare l’antifascista sfruttato tutta una vita, per poi forse accorgersi, magari parlando con una persona intelligente o leggendo un giornale intelligente, che il feroce nemico (le cui orride gesta ricordavi in particolare nella data gloriosa di una sconfitta!), aveva creato una cosa chiamata Carta del lavoro e le belle cose della Carta del lavoro le aveva ampiamente applicate.

Deve essere difficile venir a sapere che tutte le migliorie di cui godettero i lavoratori in epoca fascista furono migliorie fasciste.

Prima: il nulla. Dopo: il veloce decadimento. Oggi: la catastrofe.

Il fascismo ebbe l’intuizione di superare la lotta di classe nel segno della collaborazione, ma non rinunciò a portare i “padroni”, i datori di lavoro, in tribunale, se necessario: la Magistratura del lavoro, al posto di inutili ed asfissianti scioperi e serrate.

Furono interamente e unicamente fasciste la creazione e l’applicazione di tutti quegli istituti previdenziali che toccavano la vecchiaia, il lavoro femminile e minorile, la disoccupazione, la malattia, le ferie, gli infortuni, lo svago, il tetto massimo di ore lavorative, il contratto collettivo di lavoro.

L’aspirazione del fascismo? La socializzazione: perché la proprietà privata è sacra, ma lo è se ha una funzione sociale!

Il fascismo non ebbe tempo di arrivare a tanto. Chi si è spinto molto in là sono, invece, i suoi nemici!

Chi sfila nelle monocromatiche parate del 25 Aprile, oggi lavora a 3 Euro e 50 centesimi l’ora, firma una busta paga di 1500 Euro, ma gliene vengono consegnate 600, lavora pure la domenica senza straordinari ed è alla mercé del suo datore di lavoro, al quale lo Stato nato dall’antifascismo ha messo il cappio al collo imponendogli di consegnare il 70% dei propri introiti.

L’ANPI (sgrammaticata pure nella sigla!) della catastrofe di cui sopra non sa nulla: in questi anni era nelle scuole, in combutta coi sindacati, a dire quanto cattivi fossero i fascisti ed era nelle sue sedi a godere, assieme ai sindacati, delle sostanziose prebende di Stato.

Per ora godiamoci commossi l’assenza dei festeggiamenti del 25 aprile e non amareggiamoci troppo del masochismo scellerato dei compagni lavoratori… La verità s’è fatta così evidente che anche loro hanno cominciato a capire qualcosa.

La bandiera rossa non è stata definitivamente bruciata, ma sono in tanti a vergognarsene e ad averla riposta nei gabinetti, perché assolva a quella funzione che le è propria!

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