In questi giorni di quarantena, politici e attivisti si stanno prodigando per cercare soluzioni alternative alle classiche parate per celebrare la cosiddetta “festa della Liberazione”. La proposta più in auge è il cantare “Bella ciao” dai balconi, sventolando un tricolore.

Quanta gente lo farà? Pensiamo non molta, anche se sui media farà lo stesso molto (troppo) rumore. Ma ha senso oggi festeggiare un evento così divisivo? 

L’errore comune è quello di sostenere che i nostalgici del Ventennio e gli appartenenti ai movimenti che più o meno hanno una continuità con l’epoca, siano i diretti responsabili delle polemiche che imperversano a cavallo del 25 aprile. I revisionismi e le critiche storico-ideologiche nei confronti della guerra civile, oltre che le evidente prese di posizione, spingono neofascisti e nazionalisti a disertare o a boicottare le celebrazioni, in maniera naturalmente civile e pacifica. Eppure il clima di divisione non è alimentato da chi porta al collo la croce celtica, bensì da chi quel giorno urlerà di gioia e brinderà continuando a fomentare odi e rancori, anche internamente allo stesso mondo antifascista. 

Intanto, è bene ricordare che il 25 aprile, sulla carta, è una festa nazionale, quindi volenti o nolenti coinvolge tutti noi, esattamente come il Santo Natale coinvolge chi non crede o segue altri culti. Si può scegliere di unirsi alle celebrazioni ed agli eventi, oppure si può seguire la stragrande maggioranza del popolo che approfitta del giorno di festa e del clima primaverile per una gita fuori porta o un pranzo in compagnia (anche se quest’anno non si potrà, per le ragioni che sappiamo). 

Facendosi però un giro sulle piattaforme social, possiamo vedere come questa festa sia non solo ignorata, ma anche odiata da personaggi che di certo fascisti non sono. Possono essere di destra, ma sono ben distanti dalla dottrina. Anzi, molti di essi si richiamano perennemente alla Costituzione, alla libertà, alla democrazia. Come mai allora tutto questo astio?

Il motivo è da ricercare in ciò che questa festa è diventata e come viene strumentalizzata da una certa fazione politica. È innegabile che la lotta partigiana sia stata monopolizzata da una certa sinistra che l’ha assorbita e usata come arma contro altre realtà che pur parteciparono alla “liberazione”.

Oggi si è andati ancora oltre, e nonostante il 25 aprile sia festa nazionale, esiste ancora chi distribuisce gli inviti e si arroga il diritto di escludere chi non ritenuto degno: è il caso di sovranisti, cattolici tradizionalisti, attivisti per la famiglia, antieuropeisti, antiabortisti e persino combattenti per i i diritti sociali, oltre che naturalmente i principali partiti di destra e centrodestra, che non sono per nulla “fascisti”. Solo ai pochi veri comunisti rimasti, dopo averli seppelliti definitivamente con leggi europee, viene concesso di presenziare alla festa, salvo poi farli tornare nei propri cantucci in quanto considerati nemici del mercato e del liberismo. 

E se oltre al danno ci mettiamo la beffa, chi non viene invitato viene comunque accusato di non voler partecipare e di essere un fascista camuffato. 

Il 25 aprile, con tutte le sue contraddizioni, è stato distrutto in primis da chi ne era ossessionato, trasformando una festività nazionale in una manifestazione politica che è tutto tranne che unitaria. 

E, tra parentesi, chi lo celebra fa finta di non sapere che fu una festa istituita con decreto luogotenenziale del Regno, che cesserà di esistere meno di due mesi dopo. Non fu una festa social-comunista, né è una festa progressista, anche se ormai ha assunto questi caratteri, a tratti anche antinazionali.

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