Approfondimento sul quarto punto del Manifesto economico di Ordine Futuro “Rinascere e Ricostruire”. Tutte le misure e le priorità per fronteggiare la terribile crisi economica che si prospetta dopo il coronavirus.

Di seguito il link al Manifesto completo e all’approfondimento dei punti precedenti: STOP MES, STOP Eurobond, Salvare l’economia.

Se l’obiettivo di lungo periodo non può che essere una Moneta Nazionale di Popolo (vale a dire per definizione di proprietà del popolo e non di una banca privata), governata da un cambio flessibile con le altre valute, e l’abbandono da parte dell’Italia dell’Euro, come fare però ad arrivare a questo punto, stante la situazione attuale e la necessità di intervenire immediatamente per arginare una crisi che si prospetta mortale per il nostro tessuto commerciale e produttivo?

L’attuale situazione di crisi da shock Covid-19, con la quale si è aggravata la già precaria situazione economica italiana, sottolineiamo la necessità di soluzioni drastiche e risolutive.

L’attivazione di tutti i barocchi meccanismi in discussione in questi giorni – MES, SURE, BEI, Recovery Fund, e anche la del tutto ipotetica emissione di Eurobond – pur al netto delle differenze del caso, sono accomunate da una serie di caratteristiche che li rendono, senza eccezioni, totalmente inadeguati ad affrontare l’emergenza:

  • hanno un forte ritardo temporale rispetto alla crisi attualmente in atto;
  • hanno una disposizione di risorse in ogni caso limitata e insufficiente, data la portata della crisi;
  • impongono forti riduzioni di sovranità fiscale dello Stato Italiano, a favore degli organismi comunitari di volta in volta indicati quali erogatori di fondi;
  • avverrebbero, tutti quanti, non sotto forma di trasferimenti di risorse, quanto sotto forma di prestiti, forse agevolati ma pur sempre prestiti – ovvero nuovo debito – che lo Stato Italiano dovrebbe restituire ad istituzioni straniere.

Tenuto conto di questi aspetti, riteniamo che sia ben più efficace, se non propriamente indispensabile per la sopravvivenza dell’economia italiana, che sia lo Stato a reperire immediatamente e direttamente le risorse necessarie al superamento della crisi, nel minor tempo e al minor costo possibile.

Ciò può essere fatto, come fanno tutti gli Stati sovrani, richiedendo un finanziamento diretto alla propria Banca Centrale Nazionale (vedi l’operatività odierna di Bank of England o della FED, a sostegno dei rispettivi Governi).

Il Tesoro italiano dovrebbe perciò, a nostro avviso, cessare di andare pietosamente a supplicare a Bruxelles un tozzo di pane, ipotecando al contempo il futuro dell’Italia ai nostri prossimi creditori.

Il Tesoro italiano dovrebbe diversamente predisporre un’emissione speciale di BTP, acquistabile in via diretta ed esclusiva, sul mercato primario, da parte di Banca d’Italia. Questa serie speciale di titoli pubblici sarebbe emessa a condizioni di acquisto concordate con Banca d’Italia per restituire alla stessa un rendimento dello 0%. La serie speciale di emissione andrebbe poi collocata senza una data di scadenza sui titoli, o alternativamente con scadenze a 50 o 100 anni con possibile obbligo di riacquisto a scadenza riservato per Banca d’Italia.

L’operazione si configurerebbe come un finanziamento tramite emissione di moneta piuttosto che tramite contrazione di nuovo debito.

Nello specifico i titoli in acquisto andrebbero iscritti all’attivo di Banca d’Italia alla voce 7.1: “Titoli detenuti per finalità di politica monetaria”. Per quanto riguarda l’iscrizione al passivo si potrebbero avere due alternative:

  • iscrizione alla voce 1: “Banconote in circolazione”, la qual cosa comporterebbe una violazione immediata dei trattati dell’Eurosistema, che garantiscono alla BCE la facoltà esclusiva di emettere moneta;
  • iscrizione alla voce 9.3: “Altre passività nell’ambito dell’Eurosistema (nette)”, voce che ricomprende i saldi dell’Italia relativi al sistema di pagamenti Target2, ovvero la posizione netta dell’Italia rispetto all’Eurosistema, sia per quanto riguarda l’operatività delle banche commerciali, sia per quanto riguarda l’operatività di Banca d’Italia con la BCE nel quadro delle operazioni di politica monetaria.

Teoricamente la seconda opzione potrebbe essere astrattamente tollerata dalla BCE; in sostanza, la obbligheremmo a fornirci la provvista di moneta (in euro) che ci sarebbe necessaria, senza costi o condizionalità di sorta.

Evidentemente, però, tale modus operandi sarebbe praticamente impossibile da tollerare per la BCE e per il resto dell’Eurosistema. La conseguenza perciò non potrebbe essere che una nostra uscita sia dall’Eurosistema che dal Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC), in quanto dovremmo necessitare di una Banca d’Italia pienamente funzionante in qualità di Banca Centrale e libera da vincoli[1].

Il ritorno alla sovranità monetaria comporterà perciò – nello scenario più verosimile – l’abbandono dell’impiego dell’euro a favore di una nuova lira, in cui andranno riconvertiti tutti i saldi negativi di Target2 verso il resto dell’Europa. Anzi, l’Italia, dovrà richiedere la liquidazione della propria quota nel capitale sociale di BCE, con relative poste patrimoniali.

Evidentemente, una rottura radicale come quella sopra descritta avverrà, in un primo momento, con un effetto traumatico su tutti i mercati e comporterebbe in ogni caso una rivalutazione dei beni importati dall’Italia.

Per minimizzare tali effetti auspichiamo anche che Banca d’Italia dia fondo alle riserve strategiche italiane, inclusi:

  • 106 miliardi di oro (ai valori del 31/12/2019, verosimilmente in forte rivalutazione);
  • 50 miliardi di attività espresse in valuta estera.

Queste riserve strategiche andranno impiegate per minimizzare l’inziale scarsità di valuta pregiata, che potrebbe inceppare nei primi 12 mesi dall’uscita il ciclo produttivo delle aziende italiane[2].

Successivamente la recuperata competitività sui mercati delle nostre produzioni, congiunta con il mutamento di preferenze interne per i prodotti nazionali implicata dalla svalutazione e l’aumentata capacità di sostegno alla spesa pubblica, porteranno sicuramente l’Italia a rompere la stagnazione del mercato interno e soprattutto a creare consistenti surplus di bilancia dei pagamenti, ossia a riassorbire valuta pregiata, con la quale, se vorremo, potremo ricostituire le riserve auree e valutarie.

Sicuramente agendo così avremmo salvato insieme la possibilità di un futuro di prosperità per le prossime generazioni italiane e di libertà per l’Italia


[1] A titolo non esaustivo, bisognerà liberare Banca d’Italia dai vincoli imposti dallo Statuto del SEBC all’art.14.3 circa l’obbligo delle BCN di agire sotto direzione della BCE, all’art.16 circa l’emissione di banconote e tramite tutto il Capo IV relativo alle funzioni monetarie.

[2] Considerando che l’Italia ha avuto nel 2019 un import annuale di circa 430 mld, una svalutazione del 30% implicherebbe maggiori costi per circa 125 mld, una quota sopportabile per un primo anno impiegando le risorse sopra descritte. Inoltre, si consideri che il mutamento delle preferenze dei consumatori per effetto Mundell-Fleming, oltre che per la riduzione del PIL che già stiamo esperendo causa Covid, dovrebbero portare il totale dell’import ben al di sotto dei 430 miliardi del 2019.

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