Ogni anno il 25 aprile, data divisiva per il nostro Paese fin dalla sua istituzione, si è costretti ad ascoltare la solita retorica che circonda il mito della c.d. «liberazione». In realtà, credo occorra iniziare un serio lavoro di «demitizzazione»: da una parte, analizzando l’effettivo ruolo della Resistenza nelle fasi conclusive della Seconda guerra mondiale; dall’altra verificando se il «ritorno» della democrazia e delle libertà, con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana l’1 gennaio 1948, ha davvero contribuito a rendere «libero» il sistema costituzionale vigente.

In via preliminare è necessario chiarire, prima di affrontare le questioni di cui sopra, le ragioni che portarono, nell’ottobre del 1922, alla presa del potere da parte del fascismo in Italia (che si alimentò anche di alcuni motivi culturali di destra e di sinistra, quali il nazionalismo, il sindacalismo rivoluzionario, il futurismo). Con la fine della Prima guerra mondiale (1918) lo Stato liberale, sorto nel corso dell’Ottocento, era in sfacelo, incapace di regolare le esigenze degli scontri di interessi tra le diverse classi sociali e le categorie produttive, entrambe prive di qualunque forma di rappresentanza nell’ordinamento giuridico statale.

Lo Stato liberale «prevedeva» i cittadini, li chiamava anche periodicamente alle urne per la ricerca delle maggioranze indispensabili al governo della cosa pubblica, ma riteneva, con questo, esaurito il proprio compito. Il «cittadino» dello Stato liberale, che discendeva direttamente dalla Rivoluzione francese del 1789, rimaneva un’astrazione, una fictio, come del resto lo è ancora oggi. Al centro dell’azione dello Stato non c’era l’uomo, la persona umana, con tutta la meravigliosa gamma concreta della sua attività svolta all’interno della collettività e per la collettività, ma un individuo monadico.

Ovviamente questo non impediva la formazione di «gruppi di pressione» (sindacati, corpi professionali, etc…) che premevano con tutti i mezzi, leciti e illeciti, su quella struttura costituzionale dalla quale erano stati emarginati. Borghesia e ceti medi, non più tutelati dal Parlamento e preoccupati per una deriva «bolscevica» anche in Italia dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, trovarono nel fascismo il movimento politico che avrebbe loro consentito l’attuazione della reazione borghese antiproletaria.

Lo squadrismo distrusse sì gran parte delle organizzazioni proletarie nelle Province della Valle Padana, ma in quelle aree, è bene non dimenticarlo, il Partito Socialista Italiano e le cooperative rosse erano giunte ad esercitare un controllo quasi totale sulla vita politica ed economica. È opportuno dunque ricordare come, all’epoca, quell’offensiva – lo scrive in modo chiaro il prof. Emilio Gentile, nella sua celebre opera Fascismo. Storia e interpretazione – fu vista «da tutti i partiti antisocialisti come una “sana reazione” contro le violenze massimaliste».

In questo quadro, pertanto, l’intenzione di affidare a Benito Mussolini l’incarico di formare un nuovo Governo era la logica conclusione della crisi in cui versava il Regno d’Italia alla fine del primo conflitto mondiale. Si trattò di una presa del potere che rispettò pienamente la legalità costituzionale (il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, non procedette solo alla fase delle consultazioni), ottenendo il nuovo Esecutivo (subentrato a quello Facta II) la piena fiducia sia da parte della Camera dei deputati, sia da parte del Senato regio. Lo Statuto Albertino del 1848 rimase in vigore e, anche dopo la svolta autoritaria delle leggi fascistissime del 1925 e del 1926, al vertice dello Stato-Apparato continuò a rimanere la Corona. Pertanto, è corretta quell’interpretazione dottrinale che vede una continuità, e non una frattura con l’ordinamento precedente, nella marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Fatta questa doverosa premessa, sono da chiedersi le ragioni che portarono alla nascita della R.S.I ed il ruolo che svolse la Resistenza nel biennio 1943-1945, a seguito del tradimento di Badoglio dell’8 settembre 1943. Il Patto d’Acciaio (c.d. Sthalpakt), firmato a Berlino il 22 maggio 1939 dal Regno d’Italia e dalla Germania nazionalsocialista, univa indissolubilmente le due Nazioni, con l’obbligo di consultare la controparte prima di agire. Se da un lato è vero che la Germania non comunicò all’Italia sia la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, sia la decisione di invasione della Polonia, dall’altro ciò non fece venir meno la fedeltà al patto da parte italiana, almeno fino al c.d. armistizio «breve» di Cassibile ad opera del Governo Badoglio.

La nascita della Repubblica sociale italiana, che trovò nella decisione autofondante/costituente del Partito Fascista Repubblicano la propria legittimità, fu dunque fondamentale sia per evitare l’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale, sia per riprendere la guerra a fianco dell’alleato germanico (diversamente dal vile comportamento del «sedicente» Regno del Sud. Nel testo predisposto dell’armistizio si prevedeva, infatti, la resa italiana e non il passaggio alla parte alleata, e lo stesso Eisenhower era convinto che non si potesse chiedere agli italiani una decisione che egli stesso considerava contraria al codice di onore militare).

Ora, in questo biennio 1943-1945, la Resistenza non solo non fu determinante nelle sorti della guerra, dal momento che i partigiani non sostennero alcuna battaglia se non quella dell’agosto 1944 in Piemonte, tra la Val Chisone e il Sestriere, e rifiutarono sempre combattimenti in campo aperto, operando azioni di sabotaggio e attentati grazie al supporto anglo-americano; ma assunse in molti casi forti connotazioni rivoluzionarie con tanto di istituzione dei tribunali del popolo (come nella zona industriale di Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese).

Come ebbe a sostenere uno storico di formazione marxista, il prof. Ernesto Ragionieri, la diffusione della Resistenza e dei suoi obiettivi per nessuna ragione può essere enfatizzata. Essa rimase un eterogeneo movimento di minoranza (e non di popolo, il quale rimase sostanzialmente attendista), che non poté certamente vantare il mito del «riscatto nazionale». Infatti, lo dimostrano studi recenti (cfr. O. Wierviorka, Storia della Resistenza nell’Europa occidentale 1940-1945, Torino, Einaudi, 2018), essere liberati da potenze militari straniere resta un’esperienza subita, che mal si presta a celebrare un’autonomia rinnovata.

Pertanto, l’esaltazione del ruolo dei movimenti di resistenza endogeni, come avviene in Italia ogni anno il 25 aprile, è l’unico modo per costruire un mito di rinascita nazionale politicamente inesistente. Dopo aver avuto per cinque mesi, dal 21 giugno 1945 al 10 dicembre 1945, con il Governo Parri, l’illusione di governare, la Resistenza, intesa come movimento politico animato dall’intenzione di continuare ad affermare una propria volontà, dopo aver concluso il compito di «lotta» ai fascisti ed ai tedeschi, subì, con il successivo processo di normalizzazione, le mortificazioni dell’emarginazione dietro una modesta facciata celebrativa, da cui si scosse con la sua carica di ferocia mai sopita solo nell’estate del 1960, quando il Movimento Sociale italiano decise di appoggiare il Governo guidato da Tambroni.

Solo da quella data il «mito» della Resistenza registrò una progressiva ripresa sino a raggiungere, negli anni’70, una sorta di istituzionalizzazione con la formula politica dell’«arco costituzionale» (oggi si direbbe del “voto utile”), per arrivare ad abbracciare in tempi recenti gli ideali più disparati, che vanno dall’immigrazionismo incontrollato alla trasformazione degli istinti dell’uomo in diritti civili, assecondandone in questo modo la sua pretesa autodeterminazione assoluta.

Quanto alla seconda questione, ossia il ritorno alla democrazia e alla libertà, grazie all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, non si possono tacere alcune criticità. L’auspicio di un autorevole costituzionalista, quale fu il prof. Oreste Ranelletti (1868-1956), per cui la lotta politica del dopoguerra doveva svolgersi in termini non solo di libertà, ma anche di ordine e di giustizia, non trovò riscontro nel Testo fondamentale, trasformandolo in un campo caratterizzato da vaghe enunciazioni politiche e sociali (basti solo pensare alle diverse interpretazioni che la Corte costituzionale ha dato negli anni del principio personalista di cui all’art. 2).

Le contemporanee Costituzioni «patteggiate» sono caratterizzate da una sostanziale indifferenza nei confronti della giustizia con la conseguenza che i diritti e le libertà sono tali perché così decisi dalle forze politiche che riescono ad imporsi in un dato momento storico. Lo stesso bilanciamento dei diritti, tecnica operata sovente dal giudice delle leggi, diventa compromesso, o meglio mero equilibrio di poteri effettivi. Anziché regola per la società (come ad esempio nel progetto di Costituzione del Ministro dell’Educazione nazionale della Repubblica Sociale Italiana, prof. Carlo Alberto Biggini, elaborato nell’autunno del 1943), la Costituzione è divenuta strumento per la realizzazione di qualsivoglia progetto (come sostiene il costruttivismo) o di qualsivoglia compromesso (come ritiene la dottrina politologica dello Stato). Il costituzionalismo, in questo modo, approda ad un’eterogenesi dei fini: anziché favorire un ordine politico, incrementa (grazie al continuo bilanciamento) l’accentuazione dei conflitti, mettendo a rischio gli stessi diritti e la stessa convivenza civile.

Oggi le Corti costituzionali, ha scritto la prof.ssa Marta Cartabia (Presidente della Corte) in un recente libro con Luciano Violante – Giustizia e mito. Con Edipo, Antigone, Creonte – devono essere «custodi dei valori costituzionali» e svolgere al contempo una «funzione dinamizzante dell’ordinamento». Qual è, però, il punto di equilibrio tra la custodia e la dinamizzazione? Attraverso questa lettura, il destino che ci attende non è il trionfo della libertà, fondata sulla natura dell’uomo quale parte organica di una comunità, ma il relativismo, che ha come suo destino ultimo il nichilismo.

A chi obietta che questo modo di ragionare è revisionismo, come fanno alcuni quotidiani faziosi quali La Repubblica, è doveroso replicare che la storia, se da un lato certamente non si nega, dall’altro consente sempre nuovi approcci, nuove interpretazioni che i dogmatismi ideologici di una certa stampa impediscono di vedere. La Resistenza non fu un «secondo Risorgimento», come ha sostenuto lo scorso anno a Vittorio Veneto (Provincia di Treviso) il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dal momento che, mentre l’Italia unita è nata da un accordo tra partiti diversi, ideologicamente contrapposti e politicamente antagonisti, che ha trasformato la sconfitta nella prima guerra di indipendenza del 1848 nel successo del 1859-1860, quella repubblicana è nata dal risentimento, da una guerra di italiani contro italiani.

L’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, con i suoi diversi progetti di Costituzione (addirittura la proposta di una Confederazione europea: il c.d. progetto Galimberti-Rèpaci), dimostra invece come il fascismo stesso intendesse pervenire ad una democrazia organica, la quale avrebbe evitato alla Patria inutili vendette e spargimenti di sangue. Riporta il giornalista Ivanoe Fossani, che raccolse un soliloquio del Duce durante la notte del 24 marzo 1945 presso l’isola Tremellone nel Lago di Garda, poi trascritto e confluito nell’opera Mussolini si confessa alle stelle, pubblicata nel 1952: «I fascisti dovranno agire per sentimento, non per risentimento. Chi agisce diversamente dimostrerebbe di ritenere che non è più Patria quando si è chiamati a servirla dal basso».

Oggi molti hanno raccolto questa eredità, altri, purtroppo, vivono ancora nell’insulto, nell’offesa verso coloro che non tradirono.

Daniele Trabucco*

(*) Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/UNIB-Centro Studi Superiore INDEF (Istituto di Neuroscienze Dinamiche «Erich Fromm»). Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.

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