L’elettore italiano medio sovranista, che un tempo avrebbe fatto parte della cosiddetta maggioranza silenziosa, naturalmente refrattario alla follia galoppante del progressismo di origine cattocomunista, oscilla in questi ultimi mesi, in una logica perpetua di ricerca del meno peggio, tra due poli, spesso equivalenti e intercambiabili, rappresentati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Questa logica pragmatica ha finito per contagiare anche quei pochi che, pur avendo da tempo rinunciato alla ricerca del graal, non sono, tuttavia, mai stati di bocca buona, facendo loro motivare, in modo comprensibile, le proprie scelte come obbligate dalla contingente emergenza del momento.

I travasi elettorali tra i due principali vasi comunicanti del sovranismo nostrano continuano, e probabilmente continueranno ancora sulla media distanza, ma la netta, e diffusa, sensazione è che manchi, anche nella percezione spesso rassegnata delle due categorie di cui sopra, quel programma organicista di ritorno al reale, insieme ideale e concreto, che il duo, sovranista ma non troppo, non può e non vuole rappresentare perché, prima di ogni altra cosa, non ne possiede la chiave.

Come se non bastasse, la nota coppia si spinge spesso fino al punto di disprezzare gli assunti indiscutibili della filosofia a tratti (pur balbettando) professata, per schierarsi a sostegno di una visione economica liberista ortodossa – la stessa che ha imposto quella cessione di sovranità che i due dovrebbero fortemente contrastare – e indossa elmetti israeliani anche dove questi copricapi insidiano da lungo tempo, direttamente o per interposto terrorismo, ogni sopravvivenza di quelle comunità e di quei valori cristiani – spesso difesi col sangue proprio da chi gli Usa considera, invece, terroristi o Stati canaglia – tanto sbandierati, insieme ai relativi simboli, nei talk show e nelle piazze ed evocati tra mille ambiguità, queste ultime non sempre giustificabili con l’obiettiva confusione teologica che la chiesa vaticanosecondista dell’era bergogliana proietta in ogni dove.

Escludendo da questa analisi Matteo Salvini, che mai nella sua storia personale e politica ha respirato certe atmosfere e su cui sarebbe vano sperare che certi ambienti d’area possano esercitare una stabile influenza, vale la pena focalizzare la nostra attenzione sui recenti, evidenti proclami liberal-conservatori a cui si è lasciata andare quella Giorgia Meloni che, invece, qualche vicinanza con un autentico anti-mondialismo avrebbe la possibilità di recuperare, anche all’interno del suo partito.

Le esternazioni della leader di FdI nella neolingua austero-liberista più scontata – “Il debito pubblico è un problema perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” – hanno avuto di recente la loro sublimazione con l’inserimento tributatole dal Times tra i “venti volti che potrebbero plasmare il mondo nel 2020” e con il discorso inaugurale che la stessa Meloni ha tenuto il 3 febbraio a Roma in occasione della kermesse del nazional-conservatorismo occidentale, intitolata “God, Honor, Country: President Ronald Reagan, Pope John Paul II, and the Freedom of Nations”.

A questa inequivocabile scelta di campo ha subito fatto seguito la partecipazione della Meloni al meeting dei Repubblicani Usa (“National Prayer Convention”) per i quali – come ha ricordato Luigi Copertino sul blog di Maurizio Blondet – in barba allo stesso Giovanni Paolo II: “Dio è “white anglo-saxon and protestant”, insomma “americano”, e si palesa nel “destino manifesto” della Nazione a stelle e strisce”.

Ogni chiara scelta di campo è, naturalmente, lecita e quando si verifica è anche utile al corretto e consapevole posizionamento di tutti, non escluso chi può aver guardato con moderato ottimismo ad altre mosse e dichiarazioni meloniane, una fra tutte quella molto ragionevole che seguì l’omicidio, in perfetto stile preventivo-terroristico israeliano, del generale Soleimani che, al contrario, tanto aveva entusiasmato la pancia teocon di Salvini.

Se, quindi, qualche speranzuccia poteva essere lecita fino a ieri, dopo le ufficiali investiture americane non lo è più: Giorgia Meloni cita Tolkien, ma indossa i panni di Bolsonaro e i tailleurs della Thatcher per piacere a Trump e al protestantesimo angloamericano più di quanto possa fare Salvini, probabilmente destinato a rientrare nei ranghi a vantaggio della leadership del compassato – mai aggettivo fu più adeguato – Giorgetti.

Dove rintracciare le ragioni profonde di questa facilità meloniana di giocare al sovranismo in chiave anti Ue, anche se sempre dall’interno per carità, senza osare mettere minimamente in discussione il sistema delle alleanze internazionali e la sudditanza italica alla Nato?

Dove recuperare la matrice finiana, pur senza rivendicarla – per evocare l’ultimo epigono d’ambiente dalla triste deriva liberale – dell’indiscutibile posizionamento a favore dei dogmi antinazionali del libero mercato?

Dove, se non nel contesto di quello storico fastidio che già l’MSI mostrava verso la cultura tout court, vista come testimone incapacitante di radici tanto autenticamente profonde quanto profondamente scomode per chi, più che alla tutela del bene comune di una comunità organica di destino, puntava esclusivamente a rassicurare il capitalismo borghese sulla propria sostanziale fedeltà alla tutela dei consueti interessi, derivanti per definizione dalla tirannia delle leggi dettate dall’offerta e non dalle reali necessità provenienti dalla domanda sociale, anch’essa per definizione, proveniente dal popolo?

Del resto, quando qualche anelito culturale è stato da quelle parti assecondato lo si è fatto in modo sincretistico, nietzschiano e neodestro, mettendo in fila senza vergogna, accanto ad autentici maestri della sana cultura, veri apprendisti stregoni neognostici, degni della peggiore dissoluzione anticattolica. Ed è proprio il mito prometeico e anti-cattolico della libertà individuale il problema, ribaltando il quale si aprono nuovamente le praterie concettuali e politiche del posizionamento forte, alternativo ai dogmi liberali e liberisti, a cui siamo interessati.

Come ci insegna la dottrina sociale della Chiesa (e la non trascurabile declinazione che ne seppe ricavare il Fascismo dal 1929 in poi, grazie ai contributi cattolici fondamentali di Arnaldo Mussolini, Carlo Costamagna e della Scuola di Mistica fondata da Niccolò Giani): nessuna impresa politica degna di questo nome, nessuna storia di civiltà può essere edificata prescindendo dal riferimento al Creatore. Come ho già avuto occasione di scrivere in altra sede, seguendo sentieri già battuti da altri, questa indifferenza laicista è il grave peccato, condiviso da marxismo e liberalismo, la colpa d’origine che le due prime, grandi encicliche sociali individuano con estrema chiarezza.

Lo ha di recente spiegato molto bene ancora Luigi Copertino: “… la Meloni sembra prestare poca attenzione ai problemi teologici, filosofici e storici. Ma fa molto male. Nel discorso romano ha equiparato l’italico “Dio, patria e famiglia”, ovvero la Tradizione Cattolica, l’appartenenza patria e quella famigliare, all’americano ed anglosassone “Dio, libertà, nazione”.

La nostra (di Copertino, nda) Giorgia non è evidentemente al corrente che, al di là della formale apparenza, questi slogan esprimono due visioni con radici spirituali e filosofiche completamente divergenti che solo l’ignoranza o la malafede possono pretendere di tenere assieme. Il motto italico, infatti, svela una visione organicista del vivere associato, ossia del Politico, mentre lo slogan americano fa trapelare una concezione contrattualista della nazione intesa non come comunità organica ma come “contratto sociale” secondo la versione liberale, lockiana, del contrattualismo sociale” (1).


La comunità politica esiste per natura, non viene creata artificialmente dal contratto (e, anche se ridotta ai minimi termini proprio grazie al globalismo diretto dagli Usa che tanto piace a FdI, alla sua ricostruzione si deve puntare), la Nazione e la società precedono lo Stato che, parafrasando Costamagna, deve avere l’ obiettivo, lontano da ogni tentazione auto-idolatrica, di identificarsi con esse per incarnare pienamente il senso del bene comune che gli appartiene.

Diventa un inganno il “Prima gli Italiani” se coniugato con quel “liberalismo (che) fa scomparire tutte le gerarchie sociali naturali; ma facendo questo lascia alla fine l’individuo solo e senza difese dinanzi alla massa, della quale egli non è che un elemento intercambiabile, e che lo assorbe totalmente”.

E un inganno ancora maggiore proviene da quel “Dio, patria e famiglia”, se trasformato nel motto del self-made man, quando la dottrina sociale della Chiesa sostiene “che la società non è una massa informe di individui, ma un organismo ordinato di gruppi sociali coordinati e gerarchizzati: la famiglia, le imprese e i mestieri, poi le corporazioni professionali, infine lo Stato” e che l’individuo non è soggetto assoluto, detentore di astratti diritti dell’uomo che ignorano i diritti di Dio, ma di concreti doveri “che lo legano al suo Creatore, ai suoi superiori o ai suoi simili” (2).

Una visione di lungo respiro, una dottrina politica antiliberale è necessaria all’Italia affinché torni a ricoprire il ruolo che le compete in quello che una volta si chiamava il consesso delle nazioni e, anche se alcuni suoi esponenti mostrano di condividere quanto affermiamo, il partito meloniano predica e razzola in tutt’altra direzione, replicando gli errori fatali che già furono di Gianfranco Fini.

Continua Copertino: “La concezione organicista, che è certo conservatrice per alcuni versi e può essere socialmente molto avanzata per altri versi, si oppone frontalmente all’individualismo ed al contrattualismo. Essa non riconosce alcun valore all’individuo il quale, nella teoria contrattualista, è invece il pieno depositario di tutti i diritti. L’individuo totipotente del liberalismo mediante accordi contrattualistici genera, per tale via, ossia per contratto, non dunque per natura, la Comunità Politica. La quale non è recepita, non è data, ma è costruita contrattualmente. In realtà la Comunità Politica, che abbia la forma dello Stato nazionale, come è a partire dal XVI secolo, o altra forma politica, non è un contratto tra individui atomizzati, senza radici spirituali e storiche, ma è qualcosa di più e di prioritario rispetto alla supposta somma meramente sinallagmatica o reticolare delle monadi individuali”.

Ma la professione del credo trumpiano, probabilmente mutuato da Bannon, della Meloni punta decisamente su altri terreni che, al di là di certi pur condivisibili passaggi del suo intervento americano a Roma (3), rivelano i propri contorni con i toponimi di riferimento di un Burke (la fondazione a lui intitolata ha organizzato il convegno romano), di un Reagan e, tra i contemporanei, di quel Viktor Orban che, pur tra i tanti meriti, ha recentemente ceduto alle richieste delle multinazionali sul campo del lavoro straordinario e sottopagato che esse chiedono all’Ungheria per competere con la Cina.

Ecco perché il problema è addirittura teologico e non semplicemente culturale: l’individualismo liberale di matrice protestante, che, sia detto per inciso, conduce per sua inclinazione a quel totalitarismo turbo-globalista di cui siamo costretti a respirare i miasmi, è il dogma a cui sottoporre l’azione politica sovranista in salsa meloniana: uno pseudo sovranismo liberal-conservatore alla Burke, il quale, da massone britannico anglicano, non poteva comprendere – come invece seppero fare i suoi connazionali cattolici Chesterton, Belloc e il pur citato Tolkien – la vera natura dei sovvertimenti massonico-illuministi che la sua Inghilterra, già plasmata da Enrico VIII, aveva attuato, seppure in chiave non giacobina, ancor prima che avvenissero in Francia e negli Stati Uniti.

Il nostro organicismo autenticamente antiglobalista, perché cattolico-sociale, profondamente antiliberale, antiamericano e antisionista, non permette di turarci il naso; perché le gravi pressioni che l’Europa e il Mediterraneo soffrono, i due pesi tirannicamente sovranazionali che escludono per principio la crescita di un sovranismo e di un europeismo autentici, sono rappresentati sì dalla Ue, ma anche dal preesistente sistema Nato. Nuove alleanze servono per liberarsi da entrambi; alleanze coraggiose, in grado di far imbestialire gli storici padroni d’Europa, non con la Visegrad normalizzata, ma con la Russia di quel Vladimir Putin che è stato capace di ricostruire sbarazzandosi allo stesso tempo delle macerie del collettivismo ateo e dell’aggressione piratesca e tirannica del capitalismo liberale e della sua obsoleta visione del mondo, comprendendo bene che solo un’anima religiosa, e quindi culturale, è in grado di farlo.

Un’anima che per l’Italia deve essere cattolica, organicista e mediterranea, o non essere. Un’anima che la Meloni non ritroverà di certo, ammesso che abbia intenzione di cercarla, smarcandosi dagli interpreti migliori di essa (bollati, anche qui in sintonia con la neolingua liberal mainstream, come “estremisti di destra”), ma operando quella sana, etimologica rivoluzione che la farebbe certo rinunciare agli applausi del Times per consentirle, in cambio, di dare voce alle reali necessità del popolo italiano – che da un semplice taglio delle tasse o da una flat tax poco potrebbe ricavare in termini di potere d’acquisto – a cui serve un’autentica speranza di recupero di quella metafisica essenziale (“Dio, Patria e Famiglia”) di cui Giorgia e i suoi più stretti collaboratori non sembrano in grado di comprendere la coerente, reale portata anche economico-sociale, perché al distributismo e al corporativismo preferiscono, con la relativa approvazione della Nato, il compromesso mefitico del conservatorismo liberale, utile, se non altro, a non compromettere le consuete celebrazioni ultramassoniche della breccia di Porta Pia a cui FdI ci ha da tempo abituati. Ben diversi sono i contorni dello spazio politico che, al contrario, noi abbiamo il dovere di conquistare. Spero di avere, almeno in parte, contribuito a delinearli.

NOTE:
(1) Tutte le citazioni dall’articolo di Luigi Copertino, a cui rimandiamo integralmente, sono riprese da:

(2) Le due ravvicinate citazioni sono tratte da Mons. Marcel Lefebvre: “Lo hanno detronizzato”, Edizioni Amicizia Cristiana, Chieti, 2009, p. 30.

(3) Il discorso romano di Giorgia Meloni a cui si fa riferimento è consultabile qui in versione integrale: https://www.secoloditalia.it/2020/02/fratelli-ditalia-ai-conservatori-europei-alleanza-delle-patrie-per-la-sovranita-delle-nazioni/

(Articolo pubblicato sul numero di marzo 2020 della rivista cartacea “L’Italia Mensile”)

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