Scrive il prof. Ernesto Galli della Loggia che la “resistenza” è la Grundnorm, il fatto legittimante la Costituzione. È nota la retorica affermazione di Piero Calamandrei: “Andate nelle montagne dove caddero i partigiani, lì è nata la Costituzione”.

Purtroppo, Galli della Loggia non conosce le aporie di Hans Kelsen, il “padre” della scuola normativistica. Per il kelsenismo, infatti, la Costituzione è un fatto, o meglio un’ipotesi fondamentale da interpretare e applicare, non da discutere e criticamente considerare.

In questa prospettiva assolutamente limitante, i problemi sono interni al sistema “geometrico”, non potendoci essere problemi posti dal sistema. Galli della Loggia individua il significato e il fondamento della Costituzione a posteriori e si limita così a costruire il senso con il quale un ordinamento intende il Testo fondamentale.

Come tutti i positivisti, egli si accontenta di un sapere sociologico-giuridico (Castellano), anziché porsi la questione in termini più radicali, ossia filosofico-giuridici.

Aderendo a questa tesi, la resistenza, quale fatto storico (benché irrilevante), si fa “enzima” del potere delle forze politiche che di volta in volta si affermano e si impongono, arrivando a far dipendere il bene comune da coloro che effettivamente lo gestiscono, con il rischio che il potere medesimo possa diventare, all’interno della liquidità costituzionale, anche brutale. La Costituzione (non il suo fatto legittimante) diviene in questo modo la via del relativismo e del suo fine: il nichilismo.

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