Il prof. Gustavo Zagrebelsky, in una sua intervista a Il Fatto Quotidiano dell’1 maggio 2020, difende la legittimità dei provvedimenti emergenziali adottati fino ad ora, decreti-legge e decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, escludendo qualsiasi violazione della Costituzione vigente.

Abbiamo trovato le risposte dell’ex Presidente della Corte Costituzionale non solo non condivisibili, ma anche superficiali. In primo luogo, Zagrebelsky dovrebbe sapere che la natura del decreto-legge richiede misure specifiche, omogenee e immediatamente applicabili, le quali vengono meno qualora se ne attribuisca l’attuazione ad un atto amministrativo successivo (il DPCM appunto).

All’obiezione che l’immediata applicabilità è un requisito non espressamente contemplato nel Testo fondamentale, si può replicare come il giudice delle leggi, nella “storica” sentenza n. 22/2012, ha ritenuto il requisito implicito nello stesso art. 77 Cost., che consente al Governo della Repubblica di adottare decreti-legge in presenza di una situazione avente le caratteristiche della straordinarietà, urgenza e necessità.

In altri termini, è contraddittorio che un provvedimento provvisorio avente forza di legge demandi la sua attuazione ad una fonte secondaria, poiché, in questo modo, viene compromessa l’indifferibilità della misura.

In secondo luogo, è certamente vero che il Parlamento, entro 60 giorni, ha la facoltà di convertire in legge il decreto, di non convertirlo o di convertirlo con modifiche. Tuttavia, Zagrebelsky dimentica che la maggioranza parlamentare è costituita dal Partito Democratico, dal Movimento 5 Stelle e da Liberi e Uguali, non da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Pertanto, la responsabilità politica e giuridica é in capo alle forze che, da settembre 2019, sostengono l’Esecutivo in carica e il cui unico collante è la paura del voto.

In terzo luogo, dal testo dell’intervista, appare (volutamente?) sottaciuto il ruolo del Presidente della Repubblica, cui spetta, prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, l’emanazione del decreto-legge. Ora, in occasione della stessa, secondo l’orientamento della Corte costituzionale, il Capo dello Stato esercita un controllo “in misura almeno pari” a quanto avviene per la promulgazione di una legge ordinaria dello Stato. Perché, allora, Mattarella non ha evidenziato le criticità di cui sopra, nonché l’assoluta compressione di alcuni diritti costituzionali (la libertà di culto, la libertà di riunione) senza che ne sia assicurato lo spazio di minima operatività (sent. n. 67/1990 Corte cost.), che deve essere comunque garantito nonostante, nel bilanciamento tra diritti, la dimensione collettiva della tutela della salute debba essere prevalente?

Perché il Capo dello Stato, laddove il decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19 (all’art. 1, comma 2, lett. h) sospende le cerimonie religiose, non ha rilevato, con riferimento al culto cattolico, la violazione del Concordato e, dunque, dell’ordine indipendente e sovrano che la Costituzione, nell’art. 7, comma 1, riconosce alla Chiesa? Forse le forze seminatrici di confusione, caro Zagrebelsky, sono quelle che stanno determinando la fibrillazione dello Stato di diritto.

Daniele Trabucco (Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/UNIB -Centro Studi Superiore INDEF [Istituto di Neuroscienze Dinamiche “Erich Fromm”]. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico)

Michelangelo De Donà (Associato di Storia costituzionale italiana e Storia delle Istituzioni politiche presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/UNIB. Centro Studi Superiore INDEF [Istituto di Neuroscienze Dinamiche “Erich Fromm”]. Dottore di Ricerca in Storia)

Giuseppe De Cet (Segretario provinciale Forza Nuova Belluno)

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