‘Nel Mes spunta la “sorveglianza rafforzata”. Commissione e Bce controlleranno Roma’

Così titola un articolo di approfondimento apparso su Repubblica il 29 aprile. Ohibò, e chi l’avrebbe mai detto?

Certo, non si può neanche pretendere che i giornalisti di Repubblica, gruppo editoriale serio e veridico, possano dare un’occhiata ad Ordine Futuro, sicuramente bollato in maniera inappellabile quale sentina di fake news e diffusore d’odio. Peccato; avrebbero scoperto, leggendo OF l’11 aprile, che la ‘sorveglianza rafforzata’ era sempre stata presente, fin dal pacchetto uscito dall’Eurogruppo dei ministri delle Finanze del 9 aprile.

Avrebbero altresì scoperto che la lettera inviata di recente agli Stati della UE dal direttore generale del MES Klaus Regling, che fa appunto riferimento alla ‘sorveglianza rafforzata’ da parte di Commissione Europea e BCE, anche per le celeberrime spese sanitarie, non nasce da una vena d’inventiva istrionica di Herr Regling (che, non ce ne vorrà, ma in quanto tedesco e per di più eurocrate, dubitiamo capace di un tale coup de théâtre).

Va da sé, peraltro, che tutto il balletto sulle ‘condizionalità’ del MES dovrebbe essere così risolto, visto che non è tanto rilevante se vi siano condizioni ex ante, alla richiesta di attingere i fondi del meccanismo, quanto se ve ne siano ex post, ovvero se, come ovviamente è ed è sempre stato, il rimborso di tali fondi debba o meno avvenire in maniera pilotata e secondo i termini già descritti (‘spuntati’), da parte nostra all’11 aprile.

Detto questo, ci sarebbe da stendere un velo pietoso sul compatto fronte dell’universo mass mediatico italiano (certo, quello pur serio, affidabile, veritiero, quello che mica fa fake news), che da un mese a questa parte si è prodigato – evidentemente per ignoranza o per malizia, eterno pendolo su cui oscillano gli orientamenti della classe dirigente italiana – a celare tali scomode realtà; salvo appunto che queste ogni tanto ‘spuntino’ fuori, come funghi, dopo una piovosa nottata lussemburghese.

Evidentemente tale cortina fumogena serviva – e serve ancora – ad ammorbidire il piano inclinato su cui balla i suoi giri di valzer il principe del trasformismo italiano, il buon Conte, passato nell’arco di una trentina di giorni o poco più dal “non accetteremo mai un accordo col MES”, a “abbiamo accettato un accordo col MES ma l’Italia non vi ricorrerà”, a “dobbiamo riflettere su cosa più ci conviene, qualora le condizionalità del MES dovessero esserci favorevoli”. Alla fantasia di ognuno immaginare come possa finire il ballo quando questa è la musica.

Un velo pietoso anche su come è stato giornalisticamente coperto l’esito dell’Eurosummit del 23 aprile, dal quale il premier Conte se ne è tornato pieno di boria, dicendo che il MES era ora pienamente senza condizioni e che era ormai passata la proposta del Recovery Fund.

Circa l’esito dell’Eurosummit del 23 aprile invitiamo, chiunque abbia la buona volontà di farlo, di andare a leggere sul sito del Consiglio Europeo[1] il comunicato stampa con gli esiti della riunione.

Del MES nel comunicato, nel bene o nel male, non c’è tracciata. Come non c’è traccia, ad eccezione di dichiarazioni vaghe e di principio, di alcunché.

Per usare le parole (ma forse sarà pure lui un populista, amante delle fake news) del Chief Investement Officer di UBS, Paul Donovan: “I leader europei hanno deciso di rimandare qualunque decisione a quando potranno decidere che cosa avranno deciso di volere”.

In realtà, al di là del sostanziale nulla di fatto e dell’assenza di aggiornamenti rispetto ai termini già concordati a inizio aprile dai ministri delle Finanze dell’area UE (termini dai quali è ‘spuntata’ la lettera dell’istrionico Regling), qualcosa il Consiglio Europeo ha detto, e un qualcosa di non poco peso.

Il Consiglio ha rimesso ogni decisione sulla definizione degli strumenti, e relativi meccanismi di funzionamento, per affrontare la crisi Covid-19, alla Commissione Europea, conferendole sostanzialmente un mandato in bianco. Cosa molto singolare, dal momento che la Commissione, teoricamente, non dovrebbe che recepire, per metterli in esecuzione, gli indirizzi politici del Consiglio.

Su quale strada andrà la Commissione? Ancora difficile dirlo, ma sostanzialmente se ne sono profilate due: restare aderente al pacchetto già definito di MES-SURE-BEI più un Recovery Fund concepito in maniera minimale – ovvero basato comunque su prestiti e non su trasferimenti di fondi e di dimensione ridotta (Von der Leyen si è lasciata scappare un’ipotetica dotazione di 320 mld) – oppure creare qualcosa di più vasta portata, ovvero espandere la dotazione del Recovery Fund sbilanciandosi sulle richieste di Francia, Spagna e Italia.

Se circa la prima ipotesi (che pure al momento è l’unica che vanti a suo favore delle concretezze) sono ben chiare le conseguenze, ossia un collasso definitivo delle economie dell’Europa mediterranea, più sottili sembrano essere le implicazioni del secondo scenario.

Al riguardo, tra l’altro, è doverosa una distinzione tra gli approcci con i quali i governi di Parigi, Madrid e Roma stanno portando avanti la negoziazione.

Madrid e Roma sembrano sostanzialmente piegati alla linea accattona e miserabile per la quale si debba andare in Europa a chiedere a qualcun altro di pagare per noi i nostri debiti, suscitando le prevedibili diffidenze del Nord. Facendo ciò, per di più, il nostro governo non si era neanche peritato di accorgersi che, se questa era linea, sarebbe stato necessario richiedere al Recovery Fund di ricevere non solo prestiti, ma anche e soprattutto trasferimenti diretti; cosa che infatti ha chiesto il governo spagnolo, al quale, con ritardo, si è accodato col cappello in mano il ministro Gualtieri, con conseguente intervista al Financial Times del 22 aprile.

Diverso sembra essere l’approccio francese, non tanto perché i fondamentali economici francesi siano particolarmente migliori dei nostri (non lo sono), quanto perché è piuttosto evidente la maliziosa intenzione di Macron di fare della crisi il trampolino di lancio del progetto, più volte espresso, di costituire l’agognata unione politica europea, con relativa esautorazione degli Stati Nazionali.

In tale contesto, conferire all’organismo centrale della Commissione Europea e al suo budget dotazioni di fondi abnormi, da reperirsi con l’attribuzione di nuove competenze fiscali (il ventaglio degli strumenti di policy diviene ampio, digital e web tax europea, IVA europea, prelievi diretti dai bilanci nazionali, etc…) e/o di una capacità di emissione di debito propria, diviene un obiettivo a sé stante, da perseguire prendendo la palla della crisi al balzo, memore in un certo del senso del “abbiamo bisogno della crisi per fare le riforme” di montiana memoria.

Ai nostri occhi, dunque, è quanto mai evidente che se l’Italia voglia sopravvivere, economicamente e politicamente, a questa crisi e agli effetti che sta ingenerando, debba quanto prima riprendere, con coraggio e risoluzione, in mano le redini del proprio destino.


[1] https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/23/conclusions-by-president-charles-michel-following-the-video-conference-with-members-of-the-european-council-on-23-april-2020/

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